Citazione

CARO ANGELO MIO TI SCRIVO… FIRMATO PAPA’….

 QUANDO CARTA E PENNA DIVENTANO UN PONTE PER ARRIVARE

FINO AL CIELO

Nei diversi anni all’interno della Terapia Intensiva Neonatale dell’Ospedale G.Salesi di Ancona ho avuto modo di accompagnare diverse famiglie lungo lo straziante percorso di saluto al proprio figlio deceduto ed ogni volta, ogni bimbo, ogni bimba, ogni mamma, ogni papà, ogni fratellino, ogni sorellina ed ogni persona che amorevolmente aspetta la nuova nascita deve purtroppo fare i conti con gesti mai pensati prima ed emozioni inimmaginabili di un vuoto incolmabile.

Il ruolo del papà è un ruolo molto complesso, già nell’essere genitore c’è una bella responsabilità, un cambiamento di vita unico. Quando si parla di decesso prenatale e perinatale ancor di più il papà spesso si trova a dover ricoprire il ruolo di “mediatore” e “cuscinetto” di informazioni tra la mamma che ha appena partorito, magari in un altro ospedale rispetto alla Terapia Intensiva Neonatale dove il bimbo viene assistito, ed il proprio bimbo. Inoltre deve farsi portavoce di tutte quelle comunicazioni cliniche, parole dense di significato ma macigni per un papà frastornato mentre ascolta e cerca di capire che cosa gli stanno dicendo e perché mai non gli comunicano che il proprio figlio sta bene ma invece arrivano solo notizie di angoscia, impotenza e morte.

Spesso i papà non riescono a dar voce alle proprie emozioni dopo il decesso del proprio figlio perché tutti sono concentrati sulla mamma ed egli stesso necessita di proteggere la propria compagna ed il proprio nucleo familiare mettendo se stesso in secondo piano.

La sfida di ogni giorno, per noi psicologi sul campo, è quella di trovare per ogni persona il giusto strumento di espressione emotiva.

Per elaborare un lutto, è necessario imparare ad esternalizzare i propri vissuti, che altrimenti rischierebbero di rimanere lì incidendo negativamente sia a livello mentale che fisico.

Tra le tante famiglie che ho avuto l’onore di conoscere, tra i tanti papà che ho visto piangere, avere il coraggio di un leone nell’alzarsi in piedi e la forza di un guerriero nel cercare di sconfiggere i tanti pensieri nemici che poi li assalgono quando la folla finisce e si resta da soli ad affrontare la vita e la morte, c’è Marco, il papà di Riccardo.

Marco, diversamente dalla propria compagna, ha deciso di affrontare il proprio dolore utilizzando uno strumento diverso dalla verbalizzazione diretta, dal pianto senza controllo ma ha scelto di raccontare la storia sua e di Riccardo, scrivendo un libricino che potrete trovare a breve su Amazon dal titolo “Io sono”.

Attraverso la scrittura è possibile “passare attraverso” al dolore connesso alle proprie esperienze traumatiche, azione indispensabile per venirne fuori.

Tra me e Marco, come terapeuta della compagna, si è mosso un dialogo a distanza, costante, intenso che oggi si esprime in questa intervista all’autore…

Caro Marco, qual’è, secondo te, il ruolo del papà quando ci si trova a dover affrontare la morte del proprio figlio?

“Qualunque uomo abbia assistito ad un travaglio, sa bene che il suo ruolo è estremamente marginale. Ci sono le madri, le sorelle, le nuore, le suocere, le infermiere, al limite anche delle passanti occasionali sono più qualificate a supportare la partoriente. Il futuro papà dovrebbe limitarsi a dare meno fastidio possibile, a prevedere ogni esigenza logistica e burocratica, a fungere da sparring partener.

Lo sparring partener, per chi non lo sapesse, è quello che nella box prende i cazzotti per far allenare il campione di turno. Un’immagine che rende bene l’idea.

Questo è quello che mi hanno insegnato tre parti vissuti in prima persona ed un’altra mezza dozzina come turista. Questo è quello che succede quando le cose vanno bene.

Fuori dalla sala operatoria invece, mentre dentro si urlava all’emergenza, anche questo ruolo ha perso di significato. Ero solo inutile. Addirittura fastidioso quando cercavo di estorcere qualche informazione ai medici su cosa stesse accadendo a due componenti della mia famiglia.

Culturalmente, era mio compito risolvere la questione! Qualcosa minacciava il mio piccolo feudo ed io, prode, lancia in resta devo caricare il nemico!

Ma il nemico era invisibile.

Come alternativa, invece di combattere, avrei potuto soffrire. Mettermi in un angoletto e piangere. È un’alternativa rispettabile, non proprio nelle mie corde, ma è una strada percorribile.

No. Sarebbe ridicolo. Guardate la madre, lei soffre davvero, io che ne so di cosa sia il dolore? Aprite Google e cercate tra le immagini “Madonna sofferente”: troverete lo stesso tema rappresentato secondo i canoni di ogni corrente artistica che abbia fatto capolino nella storia. Ora cercate “Giuseppe sofferente”. Ecco. Avete capito quello che voglio dire? Nemmeno gli artisti si son presi la briga di dar peso al dolore di un padre. Se non lo hanno fatto loro che sono sensibili per definizione, pensate quanto poco possa essere importante per chi mi circonda.

Questo era l’incoraggiante scenario in cui, a qualche ora dall’evento, mi venne finalmente introdotto il mio nuovo ruolo: prima mansione, spiegare alla neo mamma cosa stesse succedendo. Evento drammatico dopo evento drammatico.

Ahimè (ahivoi, ahinoi, ahitutti, ahilacomunitàintera) nell’ospedale dove eravamo ricoverati non esiste assistenza psicologica, quindi è il papà di turno che deve farsi carico di spiegare alla sua signora questi concetti: “Nostro figlio non sta bene”, “Se nostro figlio sopravvivrà non sarà proprio come gli altri bambini”, “Nostro figlio ha qualche ora di vita”, ecc. Insomma, bisogna raccontare le varie fasi della morte ad una neo mamma che avrebbe tanto voluto vivere le varie fasi della nascita. Facile no? Chi di noi non affronta un parto con un bignami di psicologia in tasca? Chi di noi maschietti non dispone e non gestisce con maestria la sensibilità e la dialettica necessaria per affrontare serenamente questo compito? Ah, il figlio che sta morendo poi era anche il mio, ma questo è un dettaglio trascurabile: il tema artistico della pietà raffigura Maria ed il corpo senza vita di Gesù; io, padre, che c’entro?!

… era più facile caricare il nemico con la lancia in resta, vero?

È tutto qua. Se qualcuno mi dovesse chiedere di parlare del mio ruolo di padre nel lutto perinatale, racconterei e riracconterei del giorno della nascita e della morte di Riccardo, perché davvero racchiudono tutto quel che è avvenuto dopo. Quell’esigenza di lucidità, di conoscenza e competenza nell’affrontare quel che accadeva, per il bene di tutti.

Esigenza che è tornata a farsi sentire ad ogni battaglia di questa guerra: quando abbiamo spiegato a nostra figlia perché siamo tornati a casa senza fratellino, quando abbiamo dovuto gestire le reazioni delle persone vicine, la presenza di neonati intorno a noi, la pancia della mamma che non andava via, il dolore quotidiano. Esigenza non sempre soddisfatta.

“Tutte le sere, il daimyo Nabeshima Katsushige era solito bere sakè e fare conversazione fino a quando i fumi del liquore erano scomparsi, poi andava a dormire. Prima di coricarsi, si sistemava la cintura, sguainava la spada dal fodero, contemplava la lama, quindi si addormentava. Non smise di compiere questo gesto fino alla morte.” [Hagakure]

Mi piace quest’immagine di controllo di sé che da questo nobile samurai. Effettuava quel rito tutte le sere della sua vita, il che vuol dire che, essendo un guerriero, lo faceva anche nei giorni di battaglia. Non fingeva che intorno a sé non infuriasse la guerra, di fatti contemplare la lama della sua spada era l’ultima cosa che facesse prima di dormire. Ciò nonostante non rinunciava al suo sakè e alle sue conversazioni. Nella morte non rinunciava alla vita.

Forse, non me ne voglia Katsushige, tanta compostezza non è sintomo di forza, ma è indossando i panni di questo ruolo che si può attingere ad un po’ di quella risolutezza.

Non ci sono sempre riuscito, ma di sicuro c’ho sempre provato”.

Come mai hai pensato di scrivere un racconto?

Uno dei modi per non rinunciare alla vita è stato quello di raccontare Riccardo nella nostra famiglia. Del giorno della nascita, della morte e di tutti gli altri giorni in cui è vivo nel nostro quotidiano.

“Raccontare” perché si è persa l’abitudine al racconto. I nostri racconti, quelli che propiniamo ai figli e che sono stati propinati a noi, sono datati secoli ed il più delle volte esorcizzano ed educano a minacce improbabili come quelle che vengono dai boschi. Credo che un tempo mettere in guardia le ragazzine sul pericolo dello sbagliar sentiero fosse davvero utile, di certo più della morale sottesa dalla storia. Oggi, non che sia da vantarsene, passeggiare in una selva è più una benedizione che non una fonte di problemi e a me sarebbe piaciuto che qualcuno mi avesse raccontato delle vere minacce al mio quotidiano e che mi avesse parlato più della morte e meno di lupi o dell’esigenza di salvare la principessa in pericolo.

Non sarei rimasto lì, nel corridoio dell’ospedale, con la lancia in mano pensando che bastasse scagliarla al collo di un drago per risolvere il problema.

“Vivo” perché una volta che sei stato, sei per sempre.

La prima volta che ho scritto qualcosa in merito alla morte di Riccardo è stato per rispondere ad una mail di una amica che mi domandava:

“aspettavo che mi dessi la buona novella…. come si chiama? quanto pesa? Elena sta bene? Armonia? Marco? Marco sta bene? è felice?”

Ed io le ho risposto con la cronaca degli eventi, le stesse identiche parole nella parte centrale del racconto, solo in terza persona.

Non è stato un bel gesto, una sorta di punizione inferta ad un’ingenua colpevole solo di aver dato per scontata la gioia del momento.

Però nello scrivere quella mail ho provato un senso di liberazione, di soddisfazione nel descrivere le cose “così come erano”. Così come erano tanto distanti dalle solite espressioni di gioia, dai complimenti, da tutti quei “quant’è bello!”. Ecco le mie parole erano vere, molto più di tutto quell’entusiasmo e quei sorrisi che avrebbero accompagnato un lieto evento. In seguito la psicologa della mia compagna mi ha chiesto, non ricordo bene il perchè, una testimonianza. Erano passati già dei mesi. Ho ripreso quella mail, che era uno sfogo abbastanza crudo, ho deciso di darle una forma più morbida e di aggiungere quegli sprazzi di vita e di consapevolezza che hanno seguito il dramma nel nostro quotidiano. Volevo che emergesse che non ci sono stati solo giorni di dolore e che fosse evidente lo sforzo fatto per comprendere l’evento come naturale conclusione della vita di Riccardo. Che la sua biografia assomiglia più ad un haiku che ad un romanzo d’appendice, ma che è sempre un’opera d’arte”.

Da sempre la scrittura ha rappresentato un mezzo per esprimere le emozioni, anche quelle più ostiche come dolore, rabbia, frustrazione. Il bisogno di mettere per iscritto i nostri pensieri nasce molto presto ed è estremamente positivo. I benefici di quest’attività sono vari: dà un ordine alle idee aiutandoci a prendere decisioni, ci aiuta a gestire lo stress e serve come valvola di sfogo.

La scrittura tutt’oggi  viene utilizzata per liberare emozioni che, se non esternalizzate, rischiano prima o poi di esplodere o di implodere a seconda dei casi.  Quando il dialogo con l’altro è un primo approccio difficile, risulta molto terapeutico scrivere in qualsiasi forma, dal diario, alle lettere, a fogli sparsi in bottiglie che anelano al mare a forme più moderne come i blog  dove, l’obiettivo è sempre lo stesso: raccontare la propria vita.

Usata in questo modo, la scrittura diventa un prezioso strumento di rielaborazione, di dialogo interno che, oltre a fermare i pensieri che nella nostra mente vagano sparsi e in modo confuso e confondente, permette di “riconoscersi” su un foglio, favorendo una nuova percezione di sè, di un nuovo punto di vista, magari più distaccato dalle forti emozioni e al tempo stesso con un effetto liberatorio.

E’ stato utile scrivere?

“Averlo scritto è stato certamente un esercizio d’espressione: per scegliere “cosa dire” o “come disegnarlo” è stata necessaria, di volta in volta, un’indagine intima. In alcuni casi la tecnina (cosa voglio dire vs. cosa so dire) ha rischiato di inficiare l’esito, però ci ho provato.

Averlo terminato invece è stato un gesto, un dono, un pegno nei confronti di Riccardo. Posso far poco per lui: tenere in ordine la tomba, aver cura delle piante intorno la sua lapide e poco altro. Ultimare qualcosa che lo riguarda è qualcosa che allieva la mia impotenza nei suoi confronti, raccontare la sua storia serve per mantenerlo in vita”.

Sono stati condotte diverse ricerche e studi scientifici  in cui sono stati analizzati i benefici derivanti dalla stesura di testi autobiografici centrati su esperienze stressanti. Tali studi hanno dimostrano quanto sia fondamentale esteriorizzare il proprio vissuto legato a uno o più eventi di vita stressanti per consentire di elaborarli consapevolmente. Altri studi hanno evidenziato che ciò avviene in quanto scrivere abitua e sensibilizza la nostra mente a quel tipo di emozione, facendo si che questa venga riconosciuta, diventi più familiare ed infine accettata.

Perchè la tua compagna ha una psicologa e tu no?

Perchè, quando lo ricordo a memoria, mi piace dire:

“Kokoro wa katachi wo motome, katachi wa kokoro wo susumeru” (Il cuore ricerca la forma esteriore corretta, la forma esteriore corretta corregge il cuore)

Aver cura del proprio corpo, scegliere abitudini sane, circondarsi di persone positive, leggere con bramosia, sudare stremati, viziarsi, cucinare e mangiare con gusto, essere curiosi, innamorarsi, dedicarsi agli spazi che occupiamo, scegliere ciò che è bello, ascoltare e raccontare… sono alcuni dei modi che, secondo me, contribuiscono a rendere la forma esteriore corretta. La forma esteriore corretta, secondo quei versi, corregge il cuore (la mente). Lungi da me soddisfare quel lungo elenco ma, prima di chiedere ad un terapeuta “Puoi aiutarmi?”, controllerei quella lista chiedendomi “Mi sto aiutando?”. Che poi, credo sia anche divertente ed appangante.

Il racconto tocca molti di quei punti, quindi certamente è stato anche uno strumento per correggere il cuore.

Vorrei inserire nell’articolo l’importanza della psicologia narrativa quando ci si sente “bloccati” nel poter affrontare un percorso terapeutico più profondo. Pensi sia opportuno nel tuo caso?

“Colpito nell’ego direi “ma quale blocco?!”, se ho appena detto che la mia è una scelta più che consapevole e che il blocco, semmai, nei confronti di loro stessi, lo hanno quelli che vanno dagli psicologi! Tzè! Ci ho pure scomodato i pensatori del Sol Levante!

Calmato l’ego però la risposta è: “Si, è così”. Il racconto è uno strumento più intimo. Sono io che decido quel che raccontare, io che non permetterei mai di aprire me stesso a chi ha strumenti ed armi che non conosco, armi che maneggia con maestria superiore alla mia in un terreno che mi è tanto caro, IO”.

Quando ci troviamo ad affrontare sentimenti ed esperienze negative è molto importante parlare e tirare tutto fuori, ma non sempre è possibile. Il silenzio può essere dovuto a diversi fattori come non sentirsi compresi nel proprio malessere dagli amici, non accettare l’idea di andare da uno psicologo, chiudersi in sé stessi per paura di ciò che si sente, ecc… In questi momenti, scrivere può essere un valido strumento di passaggio verso il dialogo.

Quando si è di fronte a blocchi emotivi o difficoltà di espressione o non vi è possibile affrontare certi argomenti a voce, può essere una buona opzione scrivere. Far uscire le emozioni che sentiamo schiaccianti e negative è molto importante perchè, se non vengono espresse né per iscritto né a voce, potrebber trovare altri canali di manifestazione come sintomi psicosomatici, causando un acccumulo di stress fino a giungere a malattie sempre più invalidanti. In molti casi  le tensioni interne emergono come mal di testa, emicranie, problemi alla vista, mal di schiena, mal di stomaco, sbalzi di pressione, tachicardia, nausee, attacchi di panico, ecc…

“Ricostruire una storia diviene dunque un costruire insieme un tratto di vita, rimodellare parti di sé, delle rappresentazioni della propria identità e del proprio contesto sociale” (Venturini, 1995)

Dott.ssa Eleonora Rossini

Psicologa e Psicoterapeuta Ancona

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