Citazione

IO O TE? LA MORTE DEL BAMBINO

Negli ultimi anni la letteratura internazionale si è occupata di affiancare allo studio sull’impatto psicologico di un evento critico sulla popolazione colpita anche l’incidenza di tale evento su chi interviene a soccorrere queste persone, il Soccorritore. Quest’ultimo vissuto come esso stesso a rischio di sviluppare diverse patologie legate all’intenso stress percepito tra cui il disturbo post traumatico da stress (PTSD) [1].

Pearlman e Saakvitne (1995,1996) hanno definito l’esperienza del soccorritore e di tutti coloro che interagiscono con le vittime dell’emergenza con il termine di “Traumatizzazione vicaria” (Vicarious Traumatization), descritto come processo attraverso il quale l’esperienza interna del soccorritore viene trasformata in senso negativo a causa del suo coinvolgimento empatico con il vissuto traumatico della persona di cui si sta occupando. [2]

Esistono diversi fattori di rischio per lo sviluppo di una traumatizzazione vicaria, il primo descritto  tra quelli oggettivi è “eventi che comportano gravi danni o morte per neonati e bambini”.

Perché dunque la morte di un bambino può segnare a tal punto?

“Di base c’è una grossa frustrazione dovuta al sentirsi inutili, oltre alla perdita di una vita la sensazione è quella di non aver potuto fare di più, di avere davanti a se una difficoltà maggiore delle tue possibilità/capacità di fronte alle richieste di una società e famiglia di mantenere in vita un bambino quando purtroppo la morte, anche quella di un bambino, fa parte della vita in questa terra (GL, operatore sanitario)”.

Nella morte di un bambino le emozioni che si possono provare sono forti sentimenti di impotenza, paura e ansia legate al senso di insicurezza e vulnerabilità per quel corpicino senza vita vittima dell’essere uomo.

Insicurezza esistenziale legata all’ingiustizia di morti così premature, rabbia che nasce dalla percezione che sta avvenendo qualcosa di ingiusto, incomprensibile, che non dovrebbe accadere ad un bambino. Dolore, pena, angoscia. Sentimenti comuni e normali che spesso si tende a voler soffocare se non si trova uno spazio di ascolto, “fanno talmente male a me, perchè portarle  agli altri. Non ci voglio più pensare.”

Il primo processo che può scattare in un operatore dell’emergenza di fronte alla morte di un bambino è l’identificazione con la vittima o con la sua famiglia. Le emozioni che queste esperienze suscitano, i pensieri intrusivi che fanno sperimentare, spesso si mescolano con la storia personale del soccorritore, con effetti anche molto pesanti. Gli operatori del soccorso possono vedere nel bambino ferito loro stessi bambini con tutte le caratteristiche e fragilità o, peggio, i propri figli, entrando quasi in un conflitto di ruolo tra l’essere surrogati paterni/materni o soccorritori.

Inoltre possono irrompere a coscienza situazioni personali non risolte dell’operatore di un passato o del presente che innescano tale processo identificatorio. Nel relazionarsi con un bambino come adulto, il soccorritore, nella maggior parte dei casi, si sente investito di un ruolo di responsabilità più marcata rispetto ad un rapporto tra pari dove la richiesta che arriva da sé stesso e dall’esterno è quella di proteggere e salvare a tutti i costi chi è più fragile. La sensazione di impotenza che invece suscita la morte di un bambino crea uno strappo, fa percepire l’incapacità di non essere stati in grado di rispondere ai bisogni di accudimento e protezione del “bambino dentro” (J.Sandler), la parte di noi più antica, fanciullesca, emotiva, relazionale, bisognosa di protezione.

Ciò può portare ad un crollo emotivo, una perdita del background di sicurezza (J.Sandler 1960), sulle nostre capacità di proteggerci e tutelarci da pericoli esterni che minano il nostro mondo rappresentazionale.

In ognuno di noi c’è un “bambino dentro”

Dyregrov e Mitchell (1992) hanno indagato in modo specifico le strategie di coping che il personale che lavora nelle emergenze mette in atto quando ad essere soccorso vi è un bambino:

Gli autori hanno riscontrato che la strategia più usata (94%) consiste in attività che riducono la riflessione e che li astengono dal pensare alla dimensione emotiva dell’evento. Un altro meccanismo di coping molto utilizzato è il contatto con gli altri e il supporto sociale in generale (90%), segue la soppressione delle emozioni (76%), soprattutto quando si tratta di bambini poli-traumatizzati. Anche raccontare di aver vissuto l’evento come irreale (68%) e manifestare evitamento attivo di pensieri legati all’evento (68%), sono atteggiamenti molto comuni. Un’altra strategia molto utile per affrontare una situazione complessa e potenzialmente emotigena, è prepararsi mentalmente all’intervento (63%): discutere con i colleghi le manovre tecniche per trattare ogni caso al meglio e affidarsi dei ruoli per rendere ancor più efficiente l’equipe. Le altre strategie di coping che hanno ottenuto meno incidenza sono: commenti auto-rassicuranti, regolazione dell’esposizione allo stressor, astenersi dall’avere informazioni che possano interferire con la prestazione, concentrarsi solo sulle manovre, cercare di pensare ad altro e infine l’utilizzo di humor [3].

Freud (1929), nel suo manoscritto, Disagio della civiltà, sottolinea come “la sofferenza ci minaccia da tre parti: dal nostro corpo, che è destinato a deperire e a disfarsi e non può eludere quei segnali di allarme che sono il dolore e l’angoscia; dal mondo esterno, che contro di noi può infierire con forze distruttive inesorabili e di potenza estrema; e infine dalle nostre relazioni con altri uomini. La sofferenza che trae origine da quest’ultima fonte, viene da noi avvertita più dolorosa di ogni altra”.[5]

Teniamo sempre presente che ogni operatore dell’emergenza porta con sé oltre ad una formazione anche un vissuto personale dinamico fatto di momenti di vita differenti dove il background è in continuo mutamento, anche se si sono vissute situazioni dove si è riusciti a fronteggiare bene un evento apparentemente traumatico per i più non ci rende immuni da angosce future.

Interessante la testimonianza di un medico del 118 alla domanda: “che cos’hai provato nell’intervenire alla morte di un bambino? – Non mi è mai capitato, altrimenti mi sarei già licenziata”.

Qualsiasi funambolo è in grado di camminare diritto e tenere in mano un’asta. Ma quel che conta, quando ci si trova a un’altezza vertiginosa, è la capacità di mantenere l’equilibrio.
Cecilia Ahern

Dal libro “il dono”

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